Giainismo (2022) — Anno: 2020–2022 — Olio su tela — H 2,0 m × L 6,0 m
Giainismo (2022) — Anno: 2020–2022 — Olio su tela — H 2,0 m × L 6,0 m

Giainismo (2022)

Saggio curatoriale

In Jainism (2020–2022) Gheorghe Virtosu costruisce un campo astratto monumentale che funziona come una cosmologia visiva rigorosamente strutturata, traducendo i principi etici e metafisici del giainismo in un sistema di forme interconnesse. A differenza delle composizioni che privilegiano la spontaneità espressiva, quest’opera enfatizza equilibrio, contenimento e ripetizione, producendo una logica pittorica che risuona con il quadro filosofico disciplinato del giainismo. Il dipinto non illustra una dottrina; al contrario, mette in atto un sistema simbolico in cui il significato emerge attraverso struttura numerica, organizzazione spaziale e figurazione distribuita.

La composizione è organizzata come un campo orizzontale continuo, ma resiste a una progressione narrativa lineare. Invece di svilupparsi come sequenza direzionale, il dipinto stabilisce una condizione di equilibrio ciclico, in cui le forme circolano e si relazionano senza risolversi in un unico punto focale. Questa logica spaziale riflette il concetto giainista di samsara, il ciclo continuo di nascita, morte e rinascita, in cui tutti gli esseri viventi restano intrecciati attraverso l’accumulo karmico.

Al centro della composizione si trova una grande struttura ovale contenente due forme interne, interpretabile come luogo di contenimento o interiorità. Pur non essendo esplicitamente figurativa, questa forma può essere letta in relazione al concetto di jiva (anima), unità fondamentale della vita nella filosofia giainista. L’inclusione della forma centrale suggerisce sia la condizione vincolata dell’anima nell’esistenza materiale sia la sua potenziale liberazione attraverso una pratica etica disciplinata.

La superficie del dipinto è attraversata da una fitta rete di volti, profili ed entità biomorfiche che emergono e si dissolvono nel campo circostante. Queste forme non funzionano come ritratti individuali, ma come marcatori distribuiti di presenza vitale. Nel giainismo tutti gli esseri viventi — umani, animali e persino microscopici — possiedono un’anima, e il dipinto riflette questa molteplicità ontologica rifiutando ogni gerarchia tra le figure. La percezione stessa diventa decentralizzata, producendo un campo in cui la coscienza è distribuita piuttosto che unificata.

Una caratteristica strutturale cruciale dell’opera risiede nella sua organizzazione numerica, in particolare nella presenza di distinti cluster di punti. Nella regione centro-superiore destra appare un gruppo di diciotto punti disposto in una formazione controllata e deliberata, mentre nelle vicinanze emerge un gruppo più piccolo di cinque punti. Queste configurazioni numeriche suggeriscono fortemente un sistema di enumerazione simbolica. Nell’etica giainista, le diciotto forme di trasgressione karmica (paap) legano l’anima all’esistenza materiale, mentre i cinque grandi voti (mahavrata) — non violenza, verità, non furto, castità e non attaccamento — costituiscono il percorso verso la liberazione.

La giustapposizione di questi cluster introduce un’opposizione concettuale tra molteplicità e concentrazione, o tra legame e disciplina. La configurazione dispersa del gruppo di diciotto punti contrasta con l’organizzazione più compatta dei cinque, articolando visivamente la tensione tra la proliferazione delle forze karmiche e le pratiche etiche necessarie a superarle. Sebbene tali corrispondenze non possano essere confermate come codici iconografici fissi, la loro precisione numerica e collocazione relazionale sostengono un’interpretazione del dipinto come cosmologia etica codificata in modo sistematico.

Le bande orizzontali superiore e inferiore rafforzano la condizione di contenimento dell’opera. Questi elementi funzionano come limiti strutturali che racchiudono il campo pittorico, suggerendo sia i confini dell’esistenza materiale sia il quadro disciplinato entro cui avviene la trasformazione spirituale. Piuttosto che aprirsi verso l’esterno, la composizione si ripiega verso l’interno, enfatizzando introspezione e regolazione rispetto all’espansione.

Da una prospettiva teorica, l’opera può essere letta attraverso il concetto di apertura strutturata. Come sostiene Umberto Eco, l’“opera aperta” non prescrive un significato unico, ma stabilisce un sistema in cui l’interpretazione è guidata da relazioni interne piuttosto che da riferimenti esterni¹. Allo stesso modo, Virtosu costruisce un campo altamente organizzato che invita all’interpretazione mantenendo coerenza strutturale.

Allo stesso tempo, il dipinto destabilizza l’idea di un soggetto osservante unitario. La proliferazione di occhi e volti produce un campo percettivo distribuito che si avvicina alla critica foucaultiana della visione centralizzata, in cui l’osservazione diventa un fenomeno relazionale e reticolare².

La tensione tra ordine e molteplicità nella composizione può essere compresa anche attraverso il concetto di rizoma di Gilles Deleuze e Félix Guattari, in cui il significato emerge da connessioni non gerarchiche piuttosto che da strutture lineari³.

In definitiva, Jainism funziona come articolazione visiva di equilibrio etico e metafisico. Attraverso l’integrazione di simbolismo numerico, figurazione distribuita e contenimento spaziale, l’opera costruisce una cosmologia disciplinata in cui tutti gli elementi sono interdipendenti. Piuttosto che rappresentare la filosofia giainista, ne mette in atto la logica — stabilendo un sistema in cui la molteplicità è regolata dalla struttura etica e la liberazione rimane un processo continuo di negoziazione entro un campo delimitato.

Note

  1. Umberto Eco, L’opera aperta. Cambridge, MA: Harvard University Press, 1989.
  2. Michel Foucault, Sorvegliare e punire: Nascita della prigione. New York: Pantheon Books, 1977.
  3. Gilles Deleuze e Félix Guattari, Mille piani: Capitalismo e schizofrenia. Minneapolis: University of Minnesota Press, 1987.

Bibliografia

  • Eco, Umberto. L’opera aperta. Cambridge, MA: Harvard University Press, 1989.
  • Foucault, Michel. Sorvegliare e punire: Nascita della prigione. New York: Pantheon Books, 1977.
  • Deleuze, Gilles e Guattari, Félix. Mille piani: Capitalismo e schizofrenia. Minneapolis: University of Minnesota Press, 1987.
  • Derrida, Jacques. Della grammatologia. Baltimore: Johns Hopkins University Press, 1976.
  • Dundas, Paul. I Giainisti. London: Routledge, 2002.
  • Jaini, Padmanabh S. Il sentiero giainista della purificazione. Berkeley: University of California Press, 1979.